In una valutazione necessariamente di sintesi, la Corte ritiene, in via preliminare, di avanzare perplessità sulla scelta che ha condotto a formulare e quantificare la manovra correttiva senza un aggiornamento del quadro macroeconomico previsionale; aggiornamento indispensabile in relazione alle meno favorevoli condizioni internazionali e agli effetti connessi alle stesse misure di contenimento del disavanzo contenute nel decreto.
Sotto questo aspetto, il ricorso prevalente alla leva fiscale (quasi tre quarti della manovra se si sommano interventi diretti e indotti) e, in particolare, le modalità di intervento prescelte, determinando la compressione del reddito disponibile, accentuano i rischi di effetti depressivi.
In tal modo, appare ribaltata la logica originaria della delega fiscale: da strumento per una mera redistribuzione del carico fiscale a mezzo per il reperimento di ingenti risorse aggiuntive (fino a circa 20 miliardi) per la correzione del disavanzo pubblico.
Una conferma della difficoltà di aggiustare i conti pubblici dal lato della spesa, nelle grandi dimensioni oggi richieste, se non si opera su tutte le categorie di spesa corrente e in conto capitale, senza esclusioni.
La questione centrale di un giusto dosaggio tra equilibrio dei conti pubblici e crescita economica non è, ovviamente, sottovalutata, in principio, dalla nuova strategia europea.
Nei fatti, tuttavia, il bilanciamento tra i programmi di stabilità (cui è affidato il risanamento della finanza pubblica) e i piani nazionali di riforma (che dovrebbero garantire gli interventi strutturali per la crescita) non si realizza nel breve- medio periodo, essendo largamente preponderanti (e più rapidi) gli impulsi che il bilancio pubblico trasmette all’economia.
Nel dibattito, anche a livello di teoria economica, che la crisi ha attivato non mancano opinioni molto autorevoli che ritengono un grave errore di strategia mondiale (e, in particolare, europea) l’eccesso di rigore implicito nelle regole di bilancio, in una fase nella quale si rievoca persino lo spettro della “doppia recessione” successiva al New Deal americano.
Ma, al di là di un tema estraneo alla discussione odierna, si rafforza la convinzione che una composizione accettabile tra le due esigenze (rigore e sviluppo) possa e debba essere trovata all’interno delle manovre correttive di finanza pubblica concordate a livello europeo.
In sintesi, si tratterebbe di procedere in direzione di un ridimensionamento del peso del bilancio pubblico sull’economia, liberando risorse per un più elevato livello della domanda degli operatori privati.
A cura della Redazione
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(Documento di consultazione Corte dei conti 30/08/2011)