Sensibilità agricola ed agroalimentare alla ribalta dei lavori della Camera.
Alla ripresa delle attività, quale primo argomento, il 12 gennaio la discussione sulle contraffazioni nel settore agroalimentare. Argomento non nuovo che si ripropone laddove episodi di contraffazione sono scoperti e denunciati alle autorità competenti. Anche a livello internazionale.
Il prodotto alimentare nazionale di qualità ‘tira’ e agevolmente è preda di un uso fraudolento di nomi e tipologie produttive da parte di operatori stranieri che commercializzano prodotti simili: la vicenda ‘parmesan’ ha fatto ormai scuola ben oltre i confini degli addetti ai lavori.
La relazione della Commissione di inchiesta parlamentare fa il punto, si potrebbe dire, ufficiale della situazione. E’ un documento ponderoso e dà conto di una ampia ricognizione della situazione avendo audito tutti i soggetti impegnati, nelle forze dell’ordine, nello attività di studio e monitoraggio, nelle attività produttive e di rappresentanza, per molti mesi, da fine ottobre 2010 a luglio 2011.
Molte le informazioni che giungono insieme ad una meditata e condivisibile conclusione che raccoglie raccomandazioni generali e specifiche indicazioni in oltre 10 pagine fitte di giudizi e rilievi.
Già solo dal punto di vista della dimensione economica e quantitativa del fenomeno molte sono le cose da dire. Innanzi tutto le stime raccolte sulla contraffazione industriale, non solo alimentare, nel corso delle audizioni sono di forte impatto.
Secondo Sos Impresa – Confesercenti il valore della contraffazione è pari a 6,5 miliardi di euro. Per la Dia un valore compreso tra 3,5 e 6 miliardi di euro.
Secondo Confindustria il valore complessivo è di 7 miliardi di euro, mentre l’Ocse ha stimato l’8 per cento del totale del commercio mondiale pari a 250 mlrd di dollari. Per contro la Banca Mondiale valuta in 350 miliardi pari al prodotto lordo interno dei 150 Paesi meno ricchi.
Secondo il Censis il commercio del falso nel nostro paese ha prodotto, nel 2008, un fatturato di oltre 7 miliardi, con una perdita in termini di mancate entrate fiscali, di circa 5 miliardi pari al 2,5 per cento del totale del gettito dello Stato.
Il Censis valuta anche come la sconfitta del fenomeno garantirebbe un aumento di quasi 130 mila posti di lavoro.
Un fenomeno generalizzato quindi, di rilevante consistenza, che si consolida nella imitazione fraudolenta del prodotto di qualità non residuale, che costituisce presso il consumatore una sorta di mercato parallelo non percepito con la dovuta attenzione quale mercato “fuori legge “, peraltro con pericolosi riferimenti anche nella malavita organizzata. La filiera del falso è comunque in espansione. L’agroalimentare in questa situazione si presenta con rappresentativa peculiarità.
L’industria alimentare italiana è la seconda industria manifatturiera dopo il metalmeccanico, fattura 124 miliardi (+ 3,3% 2010 sul 2009 ), acquista e trasforma il 72% del prodotto agricolo nazionale ed esporta per 28 miliardi (+ 10,7% 2010 sul 2009) rappresentando l’8% dell’export nazionale.
La quota italiana del commercio mondiale è stabilmente del 3,5%. 2 miliardi sono le esportazioni di prodotti a denominazione tutelata. Tra l’altro questi prodotti sono fonte di reddito per oltre 250.000 addetti, quota importante degli oltre 1,2 milioni impiegati nell’ agroalimentare.
La forma quantitativamente significativa della contraffazione nel settore alimentare, oltre a fenomeni di vera e propria contraffazione merceologica con risvolti sanitari evidenti ripresi anche a seguito di sequestri ed interventi diversi di polizia, è rappresentata dal fenomeno denominato dell’italian sounding, cioè l’uso della italianità nel nome e nella tipologia commerciale per prodotti realizzati all’estero. Il dato risalta: la stima è di 60 miliardi di fatturato all’anno. Un dato in crescita, 2,6 volte superiore rispetto a quello dell’esportazione nazionale, che dal 2001 al 2010 è aumentato di ben il 180 %.
Recuperando il 6,5 % dell’attuale volume di affari del prodotto falso italiano si azzererebbe il deficit agroalimentare nazionale!
Nel caso poi dei prodotti tipici tutelati (i Dop, gli Igp e le Stg ) il tema si propone anche con una palese violazione delle leggi e degli accordi internazionali che nel Wto, con gli specifici accordi Trips, hanno un sostegno regolativo importante , anche se insufficiente. La strada del rafforzamento degli accordi internazionali su questo terreno è obbligata andrebbe percorsa fino in fondo da parte della Commissione. Che fare quindi?
Molte sono le linee di azione, tutte meritorie di una dettagliata analisi, richiamate solo per sintesi. Adeguamento del quadro normativo nazionale, anche se molto è stato fatto e bene. L’Italia presenta infatti l’apparato legislativo fra i più evoluti al mondo in materia. Rafforzamento della campagna di informazione/educazione per i consumatori e trasparenza nella filiera al fine di dotare i consumatori del più ampio potere di scelta del proprio acquisto. Sviluppo di una forte azione internazionale in sede Wto ed Acta della Commissione Europea. In questo caso c’è ancora molto da fare e la colpa non è tutta solo europea. L'adozione di un quadro comune di regole e di procedure di intervento per fronteggiare la contraffazione a livello dei singoli Paesi.
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