La gestione "seriale", ripetitiva, di migliaia di documenti contabili - uno dei perni della tassazione attraverso le aziende - comporta la possibilità di errori, materiali e interpretativi. Tali errori possono essere rilevati dalla stessa azienda interessata, ben prima che dal Fisco. Nelle poche aziende organizzate, dove si vuole correggere l'errore, senza confidare che il Fisco non se ne accorgerà, si pongono i soliti problemi di regime giuridico di vicende palesi. A partire dal momento di imputazione a periodo. Non trattandosi né di cessioni di beni nè di prestazioni di servizi, per cui esiste un momento di competenza, molteplici ragioni portano ad escludere che si debba rettificare il bilancio e la dichiarazione di quando l'errore fu commesso. Il riferimento è quindi all'esercizio in cui ci si accorge dell'errore, con una serie di effetti sui periodi precedenti
e di cautele antielusive.
L'errore come evento fisiologico di una amministrazione "ripetitiva"
Le regole sull'imputazione a periodo riguardano input dei dati, come la digitazione di una cifra errata, oppure alle «simmetrie fiscali» tra una registrazione e l'altra, come quando viene stornata una registrazione mai effettuata, e quindi - pensando di correggere un errore - lo si commette, oppure una fattura viene registrata due volte, come pure non viene registrata mai, pensando di averlo già fatto. Anche qui si conferma la matrice umanistica della contabilità, dove occorre fare i conti con distrazioni di individui in carne e ossa, impegnati in un lavoro ripetitivo e per certi versi alienante. Sotto il profilo contabile, gli errori possono avere un effetto economico di quattro tipi: due a favore del Fisco, quando un ricavo o uno storno di costo viene erroneamente registrato, oppure un costo o uno storno di ricavo non viene registrato. Inversamente, gli errori a favore del contribuente possono essere l'omissione di ricavo, per dimenticanza, oppure la doppia registrazione di un costo.
Si riscontra in effetti una galassia di situazioni più o meno sfumate, in cui a un estremo troviamo l'errore interpretativo, dove la svista cade appunto sulla valutazione di vicende per il resto correttamente rilevate in contabilità cronologica, e dall'altro gli «errori materiali», dovuti cioè a una disattenzione materiale, sui passaggi automatici tipici di una funzione aziendale estremamente serializzata e ripetitiva, come ad esempio il caso della fattura (tanto attiva che passiva) registrata fortuitamente due volte, ovvero del costo non imputato per mera disattenzione al conto dei profitti e delle perdite, magari perché la fattura è rimasta in qualche cassetto, e il debito non è stato registrato. Questa classificazione presuppone quindi due fasi di «elaborazione» delle vicende aziendali da parte del personale contabile: una prima fase di «rilevazione» degli eventi, a fini diversi, e quindi una fase di «valutazione» di quanto è stato rilevato; si tratta di una distinzione che utilizziamo solo per comodità d'analisi, essendo nel concreto queste fasi spesso intrecciate e simultanee. Può trattarsi ad esempio della immediata deduzione di beni ammortizzabili superiori alla soglia di 516 euro, oppure della mancata patrimonializzazione di beni che costituivano rimanenze, oppure della deduzione dei costi in base al documento del fornitore, anche se riferiti a consegne avvenute nell'anno precedente.