ShopWKI
Manuale del revisore legale
Editore: Ipsoa
€ 99,00 (-10%) € 89,00
Il Decreto Monti
Editore: Ipsoa
€ 17,50 +IVA
IVA 2012
Editore: Ipsoa
€ 89,00 (-10%) € 80,00
Versione eBook € 62,30 +IVA

Log in

giovedì 09 febbraio 2012 | twitter |
L'Opinione
Disastro ambientale

Fiume Lambro: acque torbide sotto molti aspetti

Lo sversamento di idrocarburi nel fiume Lambro del 23 febbraio, ad opera di ignoti, è un vero e proprio disastro ambientale. L’onda nera fuoriuscita dai serbatoi della raffineria “Lombarda Petroli” ha attraversato la Lombardia e l’Emilia-Romagna, riversandosi nel Po ed, infine, nel mare Adriatico.

Ora rimangono da individuare i responsabili materiali dello sversamento doloso ma anche da verificare gli ulteriori, eventuali, profili di responsabilità. Nel frattempo, in vista delle doverose bonifiche, è stato dichiarato (l’ennesimo) stato di emergenza, con attribuzione dell’incarico di Commissario delegato a Guido Bertolaso.

Con il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 25 febbraio 2010 (GU n. 51 del 3 marzo 2010), dunque, è stato dichiarato “l'eccezionale rischio di compromissione degli interessi primari a causa dello sversamento di materiale inquinante nel fiume Lambro con conseguente interessamento dell'asta principale del fiume Po”, ai sensi dell'art. 3, comma 1, del DL n. 245/2002, convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della Legge 27 dicembre 2002, n. 286.

Nostra Signora Protezione Civile, a te ci affidiamo, terremotati, alluvionati e inquinati

In virtù di tale Dichiarazione, è stato affidato l’incarico alla Protezione civile di adottare “ogni indispensabile provvedimento e per assicurare ogni forma di assistenza e di tutela degli interessi pubblici primari delle popolazioni interessate, nonchè ogni misura idonea al superamento del contesto emergenziale”.

Il DPCM 25 febbraio 2010 prende atto del fatto che “i comuni limitrofi ai fiumi Lambro e Po sono stati interessati dal transito del materiale inquinante, con conseguente interruzione dei prelievi idrici, sia idropotabili, sia irrigui”, e che “tale sversamento ha gravemente danneggiato l'ecosistema fluviale del Lambro e del Po, con possibili gravi ripercussioni per la flora e la fauna del Parco regionale della Valle del Lambro, del Parco di Monza nonchè per il più ampio ecosistema del delta del Po”.

Tali eventi “per intensità ed estensione, devono essere immediatamente fronteggiati con mezzi e poteri straordinari” e “pertanto ricorre l'assoluta necessità di coinvolgere le strutture operative nazionali del Servizio nazionale della protezione civile” (ex art. 11, legge 24 febbraio 1992, n. 225).

Con successivo DPCM - adottato nella riunione del 1° marzo 2010 e appena pubblicato in G.U. – è stato, poi, “ufficialmente” dichiarato “lo stato di emergenza in ordine allo sversamento di materiale inquinante nel fiume Lambro con conseguente interessamento dell'asta principale del fiume Po” fino al 28 febbraio 2011.

Ma facciamo un passo indietro e vediamo da cosa è stata originata questa disastrosa situazione, come si è evoluta e quali gli scenari e le responsabilità che al momento è possibile configurare.

Un fiume di petrolio

Tra le 3.30 e le 4.00 del mattino di martedì 23 febbraio 2010 qualcuno penetra nella ex raffineria in dismissione “Lombarda Petroli” di Villasanta (Monza-Brianza) - ed apre i collettori di collegamento di tre cisterne del deposito colme di petrolio per abitazioni e diversi tipi di idrocarburi. In parole povere, un “commando” di ignoti apre i rubinetti del depositi di carburante che arriverà al fiume passando attraverso le fognature.

Secondo una stima fatta successivamente da Cinzia Secchi, Direttore Centrale Ambiente della Provincia di Milano, si è trattato di circa 2,5 milioni di litri, pari al contenuto di 170 autocisterne. Ma c’è chi parla di 10 milioni di litri, pari a 670 autocisterne.

Il mix di idrocarburi, dunque, si è, dapprima, riversato prima in una grande vasca e poi nel condotto fognario, causando il blocco del depuratore dell'alto Lambro di Monza (“assassinando” la fauna batterica che effettua la depurazione) e il conseguente sversamento nel fiume insieme ai fanghi fognari non depurati. Il piano d'emergenza scatta all’alba (pare alle 5 del mattino) e vi prendono parte Vigili del Fuoco, volontari della Protezione Civile, Corpo forestale e tecnici dell'ARPA Lombardia.

Lungo il corso del Lambro vengono installate dalla task force degli sbarramenti per cercare di arrestare la corsa del petrolio: si tratta di grandi spugne assorbenti e polveri lanciate in acqua per cercare di distruggere o almeno a ridurre l’olio e il gasolio presenti nel fiume (oil skimmer).

Superato un primo sbarramento di dighe galleggianti, si prova ad arrestare una seconda volta la “marea nera” intorno alle 16 a Melegnano (con uno sbarramento “fisso”) e una terza, alle 20 a San Zenone al Lambro, dove si prova a sfruttare la presenza di una diga, impiegata dall’Enel Energia per produrre energia elettrica.

In entrambi i casi gli sforzi si rivelano vani e l’enorme “blob” di petrolio prosegue la sua avanzata per arrivare, in tarda serata, a Lodi, dove la task force ha creato un quarto, inutile, sbarramento con dei prodotti assorbenti.

Nel frattempo molti danni sono stati già apportati ai campi ed ai canali irrigui e di scarico – tutti impregnati di petrolio - mentre molti animali in difficoltà o morti vengono portati al centro di recupero fauna dell’Oasi di Vanzago del WWF.

Oltre alle rilevanti alterazioni dell’ecosistema del Lambro, lo sversamento di petrolio ha arrecato ingentissimi danni all'Oasi di Montorfano a Melegnano.

Con un ultimo sbarramento a Sant'Angelo Lodigiano si cerca di impedire che le sostanze inquinanti arrivino al Po ma, all'alba di mercoledì 24 febbraio le acque del fiume (di nuovo) più inquinato d’Italia si riversano in quelle del fiume più lungo d’Italia.

Da ora gli interventi per cercare di fermare la corsa del petrolio diventano di competenza della Regione Emilia Romagna e della protezione civile nazionale. Viene costituita una seconda task force a Piacenza, comprendente anche l'esercito, per cercare di evitare che la "marea nera" raggiunga Ferrara, dove le acque (depurate) vengono utilizzate per l’approvvigionamento idrico cittadino.

L’idea di Bertolaso – giunto sul posto insieme al ministro dell'ambiente Stefania Prestigiacomo – è di adoperare la diga della centrale idroelettrica dell’Enel di Isola Serafini (PC) per provare a riuscire nel tentativo già fatto a San Zenone: calando le paratie della Centrale si vuole permettere il deflusso dell'acqua pulita sul fondo bloccando il petrolio galleggiante in superficie, per poi aspirarlo.

Finalmente si riesce a fermare quasi tutto il petrolio ma una piccola parte supera lo sbarramento per raggiungere, venerdì 26 febbraio, le province di Cremona e di Reggio Emilia, e Ferrara il giorno successivo.

In data 26 febbraio la provincia di Milano comunica che le ASL competenti per territorio hanno invitato i Comuni rivieraschi ad informare la cittadinanza e a vietare qualsiasi utilizzo dell'acqua del Lambro e delle sue derivazioni e, nel contempo vietare la pesca, al fine di tutelare la salute delle persone e degli animali ed evitare il propagarsi dell'inquinamento in corsi d'acqua secondari.

Nel frattempo – tanto per completare il quadro – pare che qualcuno (un’azienda ancora ignota, per ora) abbia approfittato della situazione concitata per scaricare ulteriori sostanze tossiche non depurate nel fiume.

Interrogativi e interrogazioni (parlamentari)

Ma qual è la reale entità degli idrocarburi sversati nel Lambro?

Come è possibile che l’ex raffineria non ricadesse tra gli impianti soggetti alla normativa Severo sugli incidenti rilevanti?

Chi ha compiuto (o chi aveva interesse) a compiere questo enorme disastro ambientale?

Sono questi alcuni degli interrogativi principali relativi alla vicenda che ancora attendono una risposta.

E alcuni di essi sono diventati oggetto di due interrogazioni parlamentari.

La prima di queste ha visto come primo firmatario Ermete Realacci, parlamentare del Pd (ex Presidente di Legambiente) e l’altra è stata presentata da Marco Rondini (Lega Nord Padania) in data 1° marzo 2010 (5-02562).

Con l’interrogazione n. 5-02558 presentata in data 25 febbraio 2010 (seduta n. 290), al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Realacci, rammentando i fatti, sottolinea dapprima che il fiume Lambro “da anni è interessato da un'opera di recupero ambientale e disinquinamento delle proprie acque e tutelato nel suo tratto settentrionale dal Parco della Valle del Lambro fino alla sua entrata nel territorio della città di Monza”.

Poi rileva che “l'area industriale della Lombarda Petroli era sottoposta, per la natura delle sostanze chimiche lavorate e stoccate, a due rigorose direttive comunitarie” (la direttiva 82/501/CE, c.d. “Direttiva Seveso” e la direttiva 2003/105/CE), “le quali, oltre a tenere conto dei più recenti studi sulle sostanze cancerogene e pericolose per l'ambiente, dispongono misure e piani di interventi all'interno di siti industriali che lavorano determinate sostanze pericolose e di limitarne le conseguenze per l'uomo e per l'ambiente”.

Inoltre – rincalza Realacci – “da fonti giornalistiche dell'Ansa si apprende che il personale della Lombarda Petroli non ha collaborato con le forze di polizia e del Corpo Forestale dello Stato dimostrando invece una certa resistenza nell'accertamento dei fatti, cosa che ha ritardato i primi interventi, peraltro richiesti primariamente dai tecnici del depuratore di Monza, accortisi che dalle fogne arrivava all'impianto una grande quantità di olio combustibile” e “sempre secondo l'agenzia Ansa esattamente un anno fa la Lombarda Petroli aveva richiesto alla Regione Lombardia di uscire dall'elenco delle aziende a rischio e soggette alle sopracitate normative: dichiarando uno stoccaggio di prodotti petroliferi inferiore ai 2.500 metri cubi”.

Infine, Realacci riferisce che il deposito di raffinazione della raffineria “Lombarda Petroli”, secondo il progetto immobiliare “Ecocity Villasanta Monza” (NdA, nome profetico…) dovrebbe essere oggetto di recupero, bonifica e ridestinazione d'uso.

Alla luce di ciò, e dei gravi danni arrecati all’ambiente, il parlamentare chiede quali sono le iniziative che dovranno essere intraprese “al fine di garantire un intervento coordinato di tutti gli enti e le amministrazioni coinvolte, per una pronta azione di bonifica delle aree interessate da questo disastro ambientale ed il monitoraggio del bacino idrografico del fiume Po e infine verificare quali soggetti abbiano concesso alla Lombarda Petroli di uscire dalle 287 industrie soggette alla direttiva Seveso”.

Le risposte alle due interrogazione arrivano nella seduta del 3 marzo della Commissione Ambiente della Camera da parte del Sottosegretario di Stato Meniail quale riferisce che “ignoti si sono introdotti all'interno del deposito della raffineria Lombarda Petroli di Villasanta ed hanno azionato le pompe idrauliche che vengono normalmente utilizzate per trasferire i prodotti dalle autocisterne, causando la fuoriuscita di circa 2.600 tonnellate di gasolio per autotrazione, riscaldamento e olio combustibile.

Gli idrocarburi, dopo essersi riversati nelle vasche di contenimento e incanalati nel condotto fognario, sono stati convogliati nel depuratore, che si trova tra Monza e San Maurizio al Lambro.

Il depuratore è riuscito a filtrare circa 1.250 tonnellate di idrocarburi, circa 300 tonnellate sono state recuperate nel piazzale della Lombarda Petroli, mentre le altre si sono riversate nel fiume Lambro, che attraversa le province di Milano e di Lodi per affluire poi nel Po in provincia di Pavia”.

Secondo Menia, la macchina dell’emergenza si è mossa con tempestività, coordinata dalla Prefettura di Milano e successivamente da quella di Piacenza.

“Le Regioni coinvolte hanno richiesto alla Presidenza del Consiglio dei ministri e al Dipartimento della protezione civile la dichiarazione dello stato di emergenza, valutazione condivisa pienamente dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare a seguito della verifica in loco della situazione”.

Da quanto riferito dal Sottosegretario, si evince che:

- circa 100 tonnellate di idrocarburi sono state recuperate dalle barriere sul Lambro realizzate per l'emergenza;

- circa 450 tonnellate sono state recuperate allo sbarramento dell'Isola Serafini;

- mentre altro quantitativo non ancora stimabile è stato raccolto in assorbimento dalle Stesse barriere (panne oleoassorbenti) sul Lambro e dalle altre barriere realizzate sul Po. In totale, almeno 2.100 tonnellate, su un totale di 2.600 tonnellate, dovrebbero eessere già recuperate.

“La regione Lombardia” – ha continuato Menia – “ha messo a disposizione del parco regionale Valle Lambro 250.000 euro per tutte la azioni preliminari all'attività di bonifica e ha previsto di stanziare circa 20 milioni di euro per attività di difesa idraulica, riqualificazione ambientale e miglioramento della qualità delle acque del Lambro, nell'ambito del ‘Contratto di Fiume Lambro’ promosso dalla stessa Regione lo scorso dicembre”.

In ordine alla richiesta di “verificare quali soggetti abbiano concesso alla Lombarda Petroli S.p.A. di uscire” dalle industrie soggette alla direttiva Seveso (recepita col il DLgs n. 334/99, come modificato dal DLgs n. 238/05), Menia riferisce tra l’altro che “la Lombarda Petroli S.p.A., facendo seguito alla precedente comunicazione di imminente cessazione delle attività, con nota del 13 gennaio 2009, indirizzata anche al CTR Lombardia, ha dichiarato la propria avvenuta esclusione dall'applicazione del decreto legislativo 334/99 e s.m.i. essendo divenuta “la giacenza massima di sostanze pericolose largamente inferiore ai limiti di assoggettabilità” alla normativa Seveso.

Su tali fatti, pertanto, la Procura della Repubblica di Monza - che ha disposto il sequestro del sito in parola - ha aperto un fascicolo processuale per i reati di disastro ambientale e inquinamento delle acque, delegando il Comando Carabinieri Tutela dell'Ambiente (CCTA), Nucleo Operativo Ecologico di Milano e l'Arma Territoriale alle attività di indagine attualmente in corso.

Nonostante l’articolata risposta Realacci continua ad esprimere le sue perplessità, lamentando tra l’altro sia la mancanza di disponibilità dei fondi necessari per il capitolo delle bonifiche sia – a suo dire - “il grave e ingiustificabile ritardo, che si e' rivelato fatale per far partire la macchina degli interventi in tempo utile per evitare il disastro ambientale che si e' verificato”.

Sotto tale profilo, altri ritardi sarebbero stati causati dalla mancanza di coordinamento fra le varie agenzie regionali.

Infine, Realacci avanza la proposta di avviare un'indagine conoscitiva sulle aree industriali a rischio rilevante presenti in Italia per poter disegnare una mappa aggiornata delle possibili “bombe ad orologeria” che sono innestate nel territorio del paese.

Ecocity o ecofurbi?

La trasformazione della Lombarda Petroli da raffineria a deposito di stoccaggio di idrocarburi in conto terzi (petrolio, combustibile e gasolio è un’azienda storica) risale agli anni ‘80, dopo gli anni gloriosi in cui vi era tanto da lavorare grazie ad un accordo con la francese Total.

Nel 2004 gli eredi della azienda, i Tagliabue, firmano con l’amministrazione comunale di Villasanta di dismettere l’attività per far posto ad una nuova città di 172mila metri quadrati con case, uffici e attività produttive.

Nel mezzo dell’area – che si estende complessivamente per circa 330mila metri quadrati, circa un terzo del territorio di Villasanta – dovrebbe essere realizzato un grande parco di 80 mila metri quadrati. Il tutto per un valore finale che dovrebbe andare tra i 25 e i 50 milioni di euro.

Non tutto dovrebbe essere realizzato dai Tagliabue, naturalmente, perché nell’affare entra la Addamiano srl, società immobiliare di Nova Milanese con un progetto futuristico, “Eco City Villasanta”, alla quale la Lombarda Petroli dovrebbe versare il corrispettivo della bonifica dell’aerea.

In realtà, i fratelli Addamiano (Giosuè, Rosario e Matteo), sono originari di Cerignola, in provincia di Foggia, e nell’imediatezza dei fatti erano irreperibili, così come Enzo Tagliabue, attuale proprietario della Lombarda Petroli.

Si nota che tra le prime dichiarazioni rilasciate, gli Addamiano hanno subito chiarito che il terreno su cui è sita la Lombarda Petroli è ancora di Tagliabue.

Anche se una parte dei terreni un tempo di proprietà della Lombarda Petroli sono già della Addamiano srl e attualmente ospitano una serie di capannoni.

Peraltro, l’accordo originario sembra essersi un po’ incrinato dato che gli Addamiano successivamente hanno chiesto di rivedere il piano elaborato dal comune di Villasanta, trasformando 30mila metri quadrati da uffici in case.

Nel frattempo, dovrebbe essere scaduta la convenzione in base alla quale la Lombarda Petroli può continuare a utilizzare i 100mila metri quadrati rimasti come deposito di idrocarburi.

Il 15 aprile del 2009 il progetto “multifunzionale” è stato approvato dal consiglio comunale ma è l’immobiliare che indugia nella firma della convenzione, forse a causa della crisi economica, prende tempo prima di finanziare il nuovo progetto (anche perché al momento è impegnata nella commercializzazione del polo tecnologico di Desio sull’ex area Autobianchi).

Il procedimento penale e i reati configurabili

Già in data 24 febbraio è stato aperto dalla Procura della Repubblica di Monza un fascicolo contro ignoti, per l'ipotesi di reato di "disastro ambientale" e "inquinamento delle acque".

Come è ovvio tra le prime persone interrogate dalla Procura ci sono stati i dipendenti della “Lombarda Petroli”, compresi quelli licenziati, anche se nessuno di questi è stato per ora inserito nel registro degli indagati.

La ditta si chiama Lombarda Petroli, ha sede a Villasanta, appunto a ridosso di Monza.

Delle decine di operai di qualche anno fa oggi ne sono rimasti 17, e di questi, dopo l’estate, 12 sono stati posti in cassa integrazione.

Tra le prime questioni che si cerca di chiarire vi è quella relativa alle circostanze inerenti al fatto che la “Lombarda Petroli”, per non ricadere negli obblighi della direttiva Seveso, abbia dichiarato alle autorità competenti di aver stoccato nei propri serbatoi una ridotta quantità di idrocarburi non superiore ai 2.500 metri cubi, in realtà assolutamente inferiore a quanto era in realtà.

I dati sono stati forniti dalla “Lombarda Petroli” con un certo ritardo, soltanto nel tardo pomeriggio del 24 febbraio.

Altra questione è quella della sicurezza, laddove all’ora dei fatti vi era in servizio un solo guardiano, giunto sul posto alle 4 di notte mentre gli altri operai sono arrivati al lavoro alle 7.30, ora in cui poi si è scoperta la fuoriuscita.

Nulla sembra essere stato rilevato dalla telecamera all’ingresso mentre l’amplissimo perimetro dell’area presenta varchi in numerosi punti. In ogni caso, per aprire le valvole e far uscire il petrolio non ci si poteva improvvisare e c’è voluta una mano esperta, anche per arrivare nel posto giusto, una sorta di labirinto, “Se ti perdi subito, non ti ritrovi più” come ha detto uno degli investigatori della polizia provinciale di Monza in prima linea nelle indagini.

Nell’immediatezza dei fatti qualche media ha anche parlato di sabotaggio ad opera di ecoterroristi o di atto mafioso.

Personalmente, dagli elementi messi sul tavolo degli inquirenti sino ad ora non mi sembra che si tratti di ipotesi fondate.

Peraltro nel primo caso non vi è stata nessuna rivendicazione e ciò mi sembra abbastanza anomalo, oltre che non vedo perché colpire un’azienda in rapida dismissione.

Ma chi altri potrebbe aver avuto interesse ad un atto di tale portata?

Su qualche giornale qualcuno ha anche paventato la possibilità di una “ritorsione” da parte degli ex dipendenti, licenziati uno ad uno.

Qualcun altro, invece, ritiene che l’indagine dovrebbe tenere in grande considerazione i progetti di bonifica e di edificazione immobiliari.

Come detto sull’area dove è sita la Lombarda Petroli – come accennato - dovrebbe (doveva?) sorgere “Ecocity, il più grande progetto multifunzionale della Brianza” come si legge negli enormi cartelli lungo la strada che porta allo stabilimento: un complesso di villette, uffici e centri commerciali che, di fatto, affonderebbe le sue fondamenta in un terreno attualmente impregnato di gasolio e inquinato dall’amianto.

Il presidente della Provincia di Milano, On. Guido Podestà, nell’immediatezza dei fatti, dopo un sopralluogo lungo le sponde del fiume, aveva dichiarato “Se la Magistratura, nell’ambito delle indagini già avviate per disastro ecologico, dovesse individuare nella speculazione edilizia il movente di quest’azione criminale, sarebbe necessario porre un vincolo urbanistico perenne in ben determinate zone attraversate dal Lambro.

Questo fiume stava tornando a vivere dopo decenni difficili.

Ora, purtroppo, versa in condizioni tali per le quali ci vorranno anni prima che possa tornare alla situazione di evoluzione positiva precedente allo sversamento”. In una nota il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha affermato che si è trattato di “un gravissimo attentato all'ambiente ed alla salute pubblica” e che “confidiamo che le indagini in corso conducano rapidamente all'individuazione dei responsabili contro i quali il ministero dell'Ambiente si costituirà parte civile»,

Anche il Wwf ha annunciato la sua costituzione come parte civile nell’istruendo processo. “Per rimediare a questo disastro ambientale, non basterà bonificare le macchie nere, si dovrà anche ricreare un habitat naturale capace di sostenersi – ha sottolineato Stefano Leoni del Wwf Italia – “Il Lambro è da più parti dato per morto, ma il rilancio dei 130 km del fiume non solo è possibile ma è soprattutto necessario per il benessere di tutto l'ecosistema del Po e delle attività che da esso dipendono”.

Ma se da un lato si parla di processo, dall’altro non si può non rilevare come i magistrati al lavoro sull’indagine non abbiano potuto avvalersi di una figura di reato specifica.

Manca, a tutt’oggi, infatti, nella parte terza del DLgs n. 152/2006, dedicata all’inquinamento idrico, una vera norma sanzionatoria da applicare in casi così rilevanti come quelli del fiume Lambro, e cioè un danno ambientale tout-court per l’inquinamento idrico.

La sanzione ordinaria scatta, infatti, non per l’inquinamento ma per il superamento dei limiti tabellari.

Per di più - come afferma con forza Maurizio Santoloci – manca addirittura nel nostro ordinamento un vero e proprio reato di danno ambientale.

Da ciò l’esigenza di ricorrere a fattispecie di reati faticosamente elaborate dalla giurisprudenza nel corso degli anni, quali il “disastro ambientale” (il c.d. “disastro ambientale innominato”, agganciato all’art. 434 c.p.) e l’“inquinamento delle acque” (il danneggiamento aggravato di acque pubbliche ai sensi dell’art. 635, comma 2, punto 3, c.p., inteso quale reato con evento di danno e cioè il deterioramento del bene immobile altrui pubblico o privato, che può essere prodotto da una condotta a forma libera, e quindi integrabile anche dallo sversamento di rifiuti da insediamenti civili o produttivi; cfr. Pret. Terni, 21/09/1989; Cass. pen., 27/05/1983).

Si auspica, pertanto, al più presto, un intervento del legislatore sul punto, come anche ribadito dalla Corte costituzionale (sentenza 1/08/2008, n. 327): “tuttavia, in relazione ai problemi interpretativi che possono porsi nel ricondurre alcune ipotesi al paradigma del c.d. disastro innominato (tra le quali, segnatamente, l'ipotesi del disastro ambientale), è auspicabile un intervento del legislatore penale che disciplini in modo autonomo tali fattispecie criminose”.

23/04/2010
Newsletter
Resta aggiornato con la newsletter IpsoNews
Questo articolo è tratto da:
VOTA  
0 VOTI

Condividi

Sull'argomento: Inquinamento

I nostri BLOG

Per esprimere la tua opinione su questi o altri argomenti vai su postilla.it
Ambiente & Sviluppo
Editore: Ipsoa Indicitalia
€ 219,00
Codice Tecnico Ambiente
Editore: Utet Scienze Tecniche
€ 150,00 (-15%) € 127,50
Manuale Ambiente 2011
Editore: Ipsoa Indicitalia
€ 75,00 (-10%) € 67,50
Versione eBook € 52,50 +IVA
Il contratto di rendimento energetico
Editore: Utet Scienze Tecniche
€ 42,00 (-15%) € 35,70
Il codice dei rifiuti e delle bonifiche
Editore: Ipsoa Indicitalia
€ 69,00
La gestione dei rifiuti dalla A alla Z
Editore: Ipsoa Indicitalia
€ 32,00 (-9%) € 29,00
Versione eBook € 22,40 +IVA
La gestione degli scarichi
Editore: Ipsoa Indicitalia
€ 32,00
Versione eBook € 22,40 +IVA
La nuova disciplina dei rifiuti
Editore: Ipsoa Indicitalia
€ 36,00
Codice dell'energia
Editore: Ipsoa
€ 70,00