L’intervento del ministro delle finanze Giulio Tremonti al meeting di Comunione e liberazione a Rimini è stato di quelli che si è soliti definire “a tutto campo”. Pur evitando ogni diretto riferimento alla manovra finanziaria in via di definizione in Italia e ai relativi provvedimenti, i temi trattati hanno spaziato dalle prospettive dell’eurozona e dell’Unione Europea alla valutazione della crisi, fino all’attacco diretto ai “casinò della finanza”.
Ma il tema più caldo, e certamente quello che più sta a cuore a Tremonti (manovra esclusa), è quello degli eurobond. Una proposta operativa di cui il ministro delle finanze è stato iniziatore già nel dicembre 2010, assieme al collega lussemburghese Jean-Claude Juncker, ma la cui paternità – e Tremonti lo ha voluto esplicitamente sottolineare a Rimini – risale a risale ad un’idea dell’allora presidente della Commissione europea, Jacques Delors, negli anni ’80. Un’idea semplice e persino ovvia, se vista nel contesto della crescente integrazione europea sul piano economico, fiscale e finanziario: alle tradizionali emissioni di titoli di Stato dovrebbero gradualmente sostituirsi emissioni dei nuovi strumenti debitori in euro – gli eurobond, appunto – da parte dei singoli governi.
Nella formulazione di Juncker e Tremonti, questo dovrebbe avvenire fino al raggiungimento di una quota pari al 40% del rispettivo prodotto interno lordo e del PIL della zona euro. Nel caso dei Paesi con difficoltà di accesso ai mercati finanziari, essi potrebbero interamente rimpiazzare le emissioni tradizionali. Nella più recente versione redatta dai ricercatori del Bruegel Institute di Bruxelles (e che probabilmente sarà inserita nella proposta legislativa che il presidente della Commissione per gli affari economici Olli Rehn intende presentare entro la fine dell’anno) l’emissione consentita di eurobonds arriverebbe fino al 60% del prodotto interno lordo, ossia la percentuale considerata come “sostenibile” dal Patto di stabilità di Maastricht.
Rimasta per anni nel cassetto, l’idea degli eurobond è tornata prepotentemente alla ribalta negli ultimi mesi in conseguenza degli attacchi speculativi contro l’euro e contro i titoli del debito sovrano della “periferia” dell’euro: dapprima Grecia, Irlanda e Portogallo, più recentemente Spagna e Italia. Una proposta, ha ribadito Tremonti a Rimini, che sarebbe utile «sia per gestire le emergenze del debito che per finanziare fondi nella prospettiva della crescita». Ma che non sembra ancora trovare consensi proprio nei Paesi che sono oggettivamente in prima fila nel complesso processo di riforma della governance europea.
Ancora al recente vertice straordinario tenutosi a Parigi lo scorso 16 agosto il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy si sono espressi in senso sfavorevole. La creazione di un meccanismo per effetto del quale Francia e Germania fungono da garanti dell’affidabilità degli altri membri dell’eurozona, senza tuttavia avere un effettivo potere di controllo sul debito di questi ultimi, porterebbe soltanto a «minare la credibilità di entrambi», ha dichiarato Sarkozy. E se il presidente francese si era mostrato possibilista, almeno nel lungo periodo, dopo un processo di convergenza coronato da successo, la posizione tedesca – sostenuta a più riprese anche dal ministro delle finanze Wolfgang Schäuble - è apparsa più rigida. E proprio contro questa posizione si sono indirizzate le critiche di Tremonti. «Sento dire – ha affermato il ministro – che l’idea non va perché conviene all’Italia e alla Spagna, ma non conviene alla Germania. Allora perché il governo inglese è favorevole?». Da Berlino, e più precisamente dallo staff di Schäuble, era giunta in anticipo la risposta a questo interrogativo: i costi per il bilancio tedesco sarebbero eccessivi. Nell’ipotesi che la Germania si trovi a dover pagare 0,8 punti percentuali di interessi in più rispetto a quanto attualmente paga sulle emissioni di bund, l’aggravio addizionale nell’arco di un decennio arriverebbe ad una cifra fra i 20 e i 25 miliardi di euro.
Una posizione miope, secondo Tremonti, che non tiene conto della misura in cui l’export tedesco è legato all’andamento delle economie dell’Europa. Le cifre parlano chiaro: a fronte di esportazioni verso la Cina pari a 53,5 miliardi nel 2010, quelle verso le cinque economie oggi in difficoltà (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) pesano per 50,9 miliardi. La dipendenza dalla periferia della zona euro, a conti fatti, non è per nulla inferiore a quella che lega le esportazioni tedesche al mercato cinese, e richiederebbe quindi una considerazione meno angusta dei costi e benefici.
A maggior ragione, argomenta Tremonti, se da semplice rimedio ad una situazione di emergenza (deficit delle pubbliche amministrazioni e conseguente instabilità del mercato dei sovereign bonds), gli eurobond incominceranno ad essere visti anche come uno strumento a sostegno della crescita nel lungo periodo: perché è errato credere che «lo sviluppo dell'Europa possa essere basato sulla domande interna», laddove è «fondamentale la gamba degli investimenti pubblici per il bene comune; e gli eurobond servono per finanziare lo sviluppo».
Ma il discorso è più ampio e va a toccare un nodo nevralgico per le prospettive di lungo periodo dell’Unione europea, e non soltanto sul terreno strettamente economico-finanziario: in gioco è la sostanza stessa del progetto europeo, che Tremonti vede oggi con pessimismo «se si va avanti su un crinale pericoloso come qualcuno vuole fare».
Ancora una volta il vero bersaglio è Angela Merkel. Il cancelliere tedesco è stato in realtà oggetto nelle ultime settimane di un vero fuoco incrociato. Con un occhio agli ultimi risultati elettorali e ai sondaggi in vista delle prossime elezioni nei Laender e alle politiche del 2013, i settori più conservatori della CDU esprimono insoddisfazione per la posizione del cancelliere che – a loro avviso – rischiano di trasformare l’eurozona in una “unione dei trasferimenti”.
Trasferimenti, beninteso, a senso unico: dalle tasche dei contribuenti tedeschi a quelle degli Stati che ora pagano lo scotto di anni di politiche fiscali troppo “allegre”. Vi è di più. A farsi interprete dei timori per l’accollarsi del debito altrui da parte della Germania è sceso in campo un personaggio abitualmente assente dai dibattiti, il presidente tedesco Christian Wulff. Ad una conferenza economica tenutasi lo scorso 24 agosto a Lindau, Wolff ha duramente criticato la prassi della Banca centrale europea, tornata ad acquistare forti quantità di titoli del debito pubblico dei Paesi in difficoltà: «Considero questo massiccio acquisto di titoli discutibile sul piano politico e giuridico», ha affermato, esprimendo la sua preferenza per perdite finanziarie a carico dei detentori dei titoli in questione, piuttosto che per il trasferimento di fondi da una capitale europea all’altra. Un discorso bollato come “populista” da molti osservatori, ma che in effetti sintetizza molto bene il sentimento di ampi settori del mondo industriale e finanziario e dell’opinione pubblica in Germania.
Quasi a voler bilanciare con la propria autorità il peso delle dichiarazioni di Wulff, una presa di posizione di senso opposto ma di portata ancora più ampia è venuta, ancora una volta, da una voce inattesa: l’ex cancelliere Helmut Kohl. Un’intervista al periodico Internationale Politik, poi ripresa dalla Bild Zeitung, è stata l’occasione per un duro attacco all’intera politica estera del governo di Angela Merkel. Un attacco tanto più pungente, in quanto fu proprio Kohl, nel 1991, a scegliere l’attuale capo del governo in qualità di ministro nel suo esecutivo.
In sostanza, Kohl rimprovera alla Merkel la scarsa passione con cui si sta impegnando a difesa del progetto europeo, storicamente uno dei cardini della politica della CDU, alle indecisioni mostrate negli ultimi mesi e all’eccessiva attenzione che viene prestata ai calcoli elettorali. «Sta distruggendo la mia Europa», avrebbe dichiarato privatamente Kohl di recente. Critiche non vengono risparmiate nemmeno al predecessore, Gerhard Schröder, responsabile di avere ammesso la Grecia nell’eurozona in assenza di un serio esame della situazione finanziaria di Atene, ma ancor più di avere acconsentito ad un allentamento del rigore del Patto di stabilità – quando la Germania, insieme con la Francia, non sono state in grado di rispettare i criteri di Maastricht in fatto di bilanci pubblici – e di avere quindi contribuito a minare la disciplina fiscale dell’eurozona.
Per capire in che direzione si muoverà la Germania, il primo appuntamento è all’autunno, quando il parlamento tedesco sarà chiamato ad approvare il Patto di stabilità europeo, e con esso il versamento di altri 22 miliardi di euro dal bilancio federale al programma di salvataggio della zona euro.
Ma anche nel caso in cui la coalizione governativa di Angela Merkel riesca ad assicurarsi il passaggio del provvedimento, il nodo di fondo è destinato a restare per molto tempo irrisolto. Ed ha probabilmente ragione l’ex governatore della Baviera ed ex presidente della CDU, Edmund Stoiber, che – in un appello a contrastare la “rinascita del nazionalismo” – ha di recente dichiarato: «Al momento attuale non vi è nessuno che possieda una prospettiva europea complessiva».
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