Nello studio n. 10-2010/I della Commissione Studi d’Impresa (disponibile sul sito del Consiglio Nazionale del Notariato) si parte dalla considerazione che l’art. 2346 c.c., dopo aver sancito l’elemento tipologico essenziale delle s.p.a., ossia la suddivisione del capitale in azioni, consente di emettere azioni prive di valore nominale.
E’ noto che il valore nominale delle azioni svolge una primaria funzione organizzativa: si pensi che l’esercizio dei diritti sociali – tanto di natura patrimoniale, quanto di natura amministrativa - viene parametrato su tale elemento.
Il legislatore, nel proporre la facoltà di eliminare tale valore, non ne trascura l’importanza, tanto è vero che fornisce un meccanismo per la sua rilevazione indiretta, rappresentato dal rapporto tra il numero delle azioni possedute dal socio ed il numero totale delle azioni emesse.
Si parla, in tal modo, di azioni prive di valore nominale improprie, ossia azioni nelle quali tale valore, anche se inespresso, è pur sempre determinabile con un semplice procedimento matematico.
L’obbligatorietà del capitale sociale e la sua suddivisione in azioni implicano che con una divisione tra la cifra del capitale sociale ed il numero delle azioni in circolazione venga calcolato l’uguale valore nominale di ciascuna azione.
Tale elemento rappresenta il concetto di parità contabile.
Come viene ben spiegato nello studio, anche con l’ausilio di schematizzazioni, la parità contabile può essere costante, ossia tale da dover essere mantenuta nelle successive emissioni azionarie ovvero riferita al capitale sociale e, quindi, suscettibile di essere modificata, per esempio, in seguito ad un aumento di capitale.
Come si vedrà, il modello italiano ricalca questa seconda impostazione.
L’eliminazione di ogni indicazione circa il valore nominale (espresso) delle azioni assume particolare importanza, per esempio, quando, all’interno di operazioni sociali straordinarie - una fusione o una scissione - occorra porre in essere raggruppamenti o frazionamenti di azioni: in tali casi, l’esperienza dimostra che il valore nominale delle azioni crea situazioni particolarmente complesse da risolvere.
Si pensi alla gestione di un rapporto di cambio di società con azioni con valore nominale (espresso) e alle rigidità poste alla sua attuazione per la frequente formazione di resti azionari; in tali casi, la predisposizione di un mercato dei resti ha creato difficoltà operative, nonché numerosi problemi teorici circa il rispetto dei principi della parità di trattamento e di illegittima privazione dello status di socio che ne può derivare.
Si pensi poi che in caso di operazioni sul capitale sociale occorre sempre intervenire sui titoli nei quali sia espresso il valore nominale: una riduzione del capitale comporterà il ritiro delle azioni in circolazione per l’annullamento di quelle relative al capitale ridotto o per la riduzione del relativo valore nominale; anche l’aumento del capitale sociale comporterà l’emissione di nuovi titoli.
Se, invece, le azioni sono prive di valore nominale espresso, ambedue le operazioni - riduzione ed aumento del capitale sociale - possono essere condotte con maggiore semplicità.
La variazione del numeratore della frazione (diventa maggiore o minore la cifra del capitale sociale a seconda che si tratti di aumento o riduzione) a parità del denominatore (numero delle azioni in circolazione) rimodulerà il valore inespresso delle azioni medesime, il tutto con grande economicità di mezzi.
In particolare, nel caso di riduzione del capitale sociale per perdite, la deliberazione relativa può essere assunta, se consentito dallo statuto, dall’organo amministrativo, con grande semplificazione procedurale.
Infatti, proprio l’assenza dell’indicazione del valore nominale delle azioni rappresenta la migliore garanzia della parità di trattamento dei soci, a tutto vantaggio della neutralità dell’operazione in quanto, a riduzione avvenuta, ciascuna azione continuerà a rappresentare la stessa frazione del capitale sociale, pur essendone diminuito il valore nominale inespresso.
Va ricordato - e lo studio è su tale punto particolarmente accurato - che vi sono numerosi casi dubbi di operazioni sul capitale sociale nelle quali l’assenza del valore nominale espresso può determinare taluni problemi di particolare importanza.
Infatti, riflettendo sul caso dell’aumento di capitale, la parametrazione del valore nominale rispetto alla cifra del capitale sottoscritta potrebbe comportare che, in sede di aumento di capitale, vengano emesse azioni ad un prezzo inferiore rispetto a quello ricavabile in sede di calcolo della parità contabile.
Consideriamo, sulla scorta dello studio in esame, che la società abbia un capitale di 1.000.000,00 di euro suddiviso in 1.000 azioni prive di valore nominale.
La parità contabile di ciascuna azione, ossia il suo valore nominale inespresso, sarà pari ad euro 1.000,00.
L’assemblea delibera un aumento di capitale di euro 1.000.000,00 mediante emissione di n. 1.500 azioni.
Rispetto alla nuova emissione il valore della parità contabile di ciascuna azione sarà non più di 1.000,00 euro, ma di 666,667 euro.
In questo caso, allora, il prezzo di ciascuna azione (in ipotesi: euro 666,667) sarebbe inferiore rispetto al valore nominale inespresso di quelle in circolazione (in ipotesi: euro 1.000,00).
In realtà, la corrispondenza tra prezzo di emissione delle nuove azioni e valore nominale (espresso) di quelle già in circolazione rappresenta l’espediente necessario per garantire che il capitale di nuova formazione sia rappresentato da valori che effettivamente entrano nel patrimonio della società.
Nel caso di emissione di azioni senza valore nominale non occorrerà riferirsi al valore delle azioni in circolazione, ma sarà sufficiente che sia rispettato il principio generale secondo cui il valore dei conferimenti non può essere inferiore all’ammontare globale del capitale sociale.
Si è scritto che l’attenzione si sposta dal valore delle singole azioni (che sarà ricavato solo successivamente) al valore del capitale sociale di nuova formazione.
E’ ovvio che l’emissione di azioni con una parità contabile diversa rispetto a quelle già in circolazione comporta una modifica del valore nominale inespresso di tutte le azioni; nell’esempio fatto, una volta perfezionato l’aumento del capitale sociale, ciascuna azione avrà un valore nominale inespresso di euro 800,00.
Questa è l’inevitabile conseguenza del principio della uguaglianza “nominale” di tutte le azioni in circolazione; tuttavia, poiché ogni azione, come detto, rappresenta sempre la stessa frazione del capitale sociale, la diminuzione della parità contabile non comporterà necessariamente una variazione del valore contabile delle azioni, a cui presidio si pongono altri istituti, in primis, quello del diritto di opzione.